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VENGHINO, SIGNORI VENGHINO …

Venghino, Signori venghino ...

Venghino, Signori venghino al ‘Crypto Circus”: il circo finanziario più fantasioso e incredibile dove troverete criptovalute, stablecoin, valute digitali esotiche con cui realizzare in poco tempo guadagni straordinari !

Venghino, Signori venghino al ‘Crypto Circus” dove giocolieri, illusionisti, saltimbanchi, clown, funamboli provenienti da tutto il mondo Vi permetteranno di realizzare i sogni della vostra vita !

Venghino, Signori venghino, lo spettacolo del Grande Circo va ad iniziare……………….

Ecco – in sintesi – il senso dei miliardi di messaggi promozionali, post, fake news che – da circa 2 anni – hanno inondato le caselle di posta elettronica, i social network ed il web.

Questo fino a quando, qualche mese fa, una tempesta è scoppiata nel mondo delle criptovalute con crolli delle quotazioni, società di gestione con i libri in tribunale, interruzioni di attività, blocco dei rimborsi e milioni di persone (che si erano fatte ammaliare da queste sirene virtuali) rimaste pesantemente coinvolte.

E forse più che una tempesta (che ha comunque riportato un pizzico di ordine, serietà e prudenza nell’ambiente) è stato un vero e proprio tzunami visto che questo “Crypto Circus” che 8 mesi fa era arrivato a valere 3.000 miliardi di dollari, si è ridimensionato a circa un quinto di quel valore (quindi un crollo dell’80%), con ben 2.400 miliardi di dollari evaporati, svaniti, persi !

Un crash sviluppatosi non solo a causa della guerra in Ucraina, dell’inflazione alle stelle, dei timori di recessione (motivi che hanno portato incertezze e ribassi anche sui mercati finanziari con l’azionario a meno 25/30% e l’obbligazionario a meno 10/15%) ma, soprattutto, per la scarsa regolamentazione ed i pochi controlli esistenti in tema di transazioni in criptovalute, requisiti necessari per società ed operatori, tutela degli utenti.

Basta infatti ricordare che:
- al di là di alcune importanti società di exchange di criptovalute supervisionate dalle autorità finanziarie, al mondo ce ne sono oltre 600 al di fuori di qualsiasi controllo e sistema normativo;
- delle 17.500 criptovalute esistenti, buona parte non sono altro che “aria fritta” senza alcun valore intrinseco o garanzie sottostanti; si pensi, a titolo di esempio, all’esistenza di criptovalute quali PutinCoin (dedicata al leader russo), TrumpCoin (andava forte nel 2018), Garlicoin (incentrata sul pane all’aglio), PotCoin (da usare per acquisti di cannabis legale), Pepecash (nata per celebrare la rana di un cartone animato), Catcoin (creata per dar voce anche ai gatti visto che i cani potevano già disporne di diverse e di molto famose quali Dogecoin o Shiba Inu).

Alla luce di quanto detto, non deve quindi scandalizzare ciò che è successo, ad esempio, con TerraUSD, una delle più importanti stablecoin (cioè valute digitali “stabili”) che agganciata al dollaro con un sistema algoritmico prevedeva uno straordinario 20% di interessi annui a chi vi avesse convertito i propri denari. Ad inizio maggio emerge che, in realtà, non esiste alcun vero sistema di garanzia di questo rapporto binario col dollaro ed il valore della criptovaluta in pochi giorni si azzera bruciando decine di miliardi di dollari: dollari “reali” di coloro che erano rimasti affascinati dal fantastico 12% di interessi offerti (però in TerraUsd, cioè soldi “fittizi”).

O che Dogecoin che era diventata la quarta criptovaluta al mondo per capitalizzazione - in buona parte grazie ai discutibili tweet di Elon Musk - oggi si ritrova svalutata di oltre il 90% !!
A tal riguardo ritengo simpatico riportare la notizia che il patron di Tesla è stato citato in giudizio da un cittadino americano che accusandolo di "essere stato derubato attraverso lo schema piramidale del Dogecoin" gli ha chiesto un risarcimento di 258 miliardi di dollari.
Visto che il patrimonio di Musk è ad oggi stimato (fonte Bloomberg) 227 miliardi di dollari, nel caso (improbabile) in cui dovesse perdere la causa Elon Musk passerebbe, in un attimo, dall’essere l’uomo più ricco del mondo, a quello più povero del mondo !!. 😊

Ricordando che circa un anno fa avevamo affrontato questi argomenti con l’articolo “Bitcoin ? Si, con ghiaccio e limone”, mi permetto di terminare suggerendo a coloro che fossero interessati a giocare/scommettere  (non usiamo per favore la parola investire) in “crypto currency” – di farlo solo per qualche spicciolo e nella piena consapevolezza che la possibilità di crescita dei prezzi dipende (per la maggior parte delle criptovalute oggi esistenti) solo da considerazioni di carattere emotivo.
Rialzi comunque “a tempo” destinati a durare fino a che il “cerino” acceso da coloro che “inventano” certe valute virtuali non si sia consumato: e qualunque cerino dopo di un po’ si consuma bruciando  le dita di colui che in quel momento lo avesse in mano.

Recentemente Fabio Panetta, membro dell’Executive Board della Banca Centrale Europea (quindi non certo un quaquaraquà) durante un intervento alla Columbia University ha definito il mondo cripto, uno “schema Ponzi”.
Il classico sistema-truffa di investimento piramidale ideato negli Stati Uniti da Charles Ponzi nel 1920 e fondato su pochi essenziali presupposti:
- i guadagni derivano esclusivamente dalle quote versate dai nuovi investitori;
- ad incamerare il denaro sono solo i primi coinvolti;
- il sistema è destinato a concludersi, dal momento che non vi sono veri investimenti alla base che generano profitti.

Siori e Siore, lo spettacolo per adesso è finito ma - statene certi -  presto il “Crypto Circus” riaprirà i battenti più strabiliante, affascinante e travolgente che mai.


Filippo Cordella

Private Banker
Fideuram-Intesa Sanpaolo Private Banking
Ancona-Civitanova-Jesi-Senigallia-Fossombrone-Pesaro
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BAZZECOLE, QUISQUILIE, PINZILLACCHERE ….

Bazzecole, quisquilie, pinzillacchere ….

Tutti la conoscono, tutti ne sentono parlare ma di quali siano i danni che l’inflazione provoca davvero sui nostri risparmi ed investimenti solamente pochi ne sono davvero consapevoli.

Un anno fa (1/5/2021) nel post “Spendi, Spandi, Effendi ...” scrivevamo:
“[…] tanto più alta è la liquidità di un portafoglio e tanto maggiori sono gli effetti nefasti provocati dall’inflazione che, al momento, nell’Unione Europea sta viaggiando a + 1,3% e negli Usa a + 2,6% ...e sarà ancor più valido in considerazione dell’accelerazione attesa nei prossimi mesi quando si comincerà ad uscire da questa pandemia.”

Sette mesi fa (9/10/2021) su “Per fare l’albero, ci vuole il seme” aggiungevamo:
“[…] anche se le Banche Centrali continuano a sostenere che si tratta di una inflazione transitoria (in Europa siamo al 3,4% e negli Stati Uniti addirittura al 5,3%) e che presto tornerà sotto controllo, io ritengo che sia comunque utile incrementare le attività finanziarie legate ad asset reali e all’economia.”

Purtroppo non si poteva essere più precisi di così visto che l’inflazione è ad oggi arrivata al 7%-8% e difficilmente rientrerà in tempi brevi (neanche se Putin decidesse domattina di ritirare le sue truppe dall’Ucraina) poiché le cause sono in buona parte ascrivibili a fattori esogeni (strozzature delle catene di approvvigionamento, rincaro diffuso delle materie prime, cambiamenti climatici) e strutturali (transizione energetica e de-globalizzazione).
Cause che, quindi, non potranno essere efficacemente combattute dalle Banche Centrali con la solita arma dell’aumento dei tassi di interesse che, oltretutto, non potrebbero mai superare certi livelli - quelli dell’inflazione - sia perché condannerebbero l’economia mondiale ad una disastrosa recessione da cui sarebbe impossibile uscirne, sia perché - visto lo stock raggiunto dal debito globale - non sarebbero sostenibili da parte di chi (Stati, imprese) quegli interessi dovrebbe poi pagarli.

Risultato di tutto questo è che a fronte di prezzi di beni e servizi che stanno aumentando del 7-8% il rendimento medio offerto dai titoli di stato americani, tedeschi ed italiani è attorno allo 0,6% su scadenze ad un anno, al 2% a 5 anni, al 2,40% a 10 anni.
Siamo, quindi, in presenza di rendimenti pesantemente negativi in quella che può essere definita una situazione di “repressione finanziaria”.

Da Wikipedia: “Con il termine tecnico repressione finanziaria si intende una situazione economica in cui il risparmio genera rendite molto basse, inferiori al tasso di inflazione. Di conseguenza il tasso di interesse reale del debito pubblico è negativo. Si tratta quindi di una forma indiretta e non esplicita di ristrutturazione del debito pubblico.
Nel noto studio del Fondo Monetario Internazionale “The Liquidation of Government Debt”,si evidenzia come nel periodo del dopoguerra i bassi tassi di interesse e l’elevata inflazione hanno contribuito a erodere il debito pubblico reale che si era accumulato durante la seconda guerra mondiale.
Nell’arco di tempo 1945-1980 i tassi di interessi reali sono stati negativi per circa la metà del periodo. Per la precisione in media il debito pubblico è stato liquidato tramite tassi di interesse negativi nella misura del 3-4% all’anno, e in paesi come l’Italia o l’Australia, con inflazione più elevata, nella misura del 5% all’anno circa.”

Chiaro quindi che, se per i conti pubblici la repressione finanziaria rappresenta una “manna dal cielo”, per coloro che lasciassero “riposare” i propri averi in un conto corrente, in un certificato di deposito, in un’obbligazione a tasso fisso, sarebbe un vero e proprio disastro: su 100.000 € dopo un anno se ne volatilizzerebbero 7.000 € per colpa dell’inflazione (a fronte di soli 600 € di cedole incassate).
Non molto diverso sarebbe il risultato per chi impiegasse i propri 100.000 € su obbligazioni e/o titoli di stato a reddito fisso a più lungo termine: alla scadenza la perdita di potere di acquisto sarebbe ampiamente superiore agli interessi incassati oltre al rischio di subire forti oscillazioni dei prezzi (degne di investimenti con prospettive di rendimento ben superiori): ad esempio da inizio 2022 ad oggi i prezzi dei titoli governativi tedeschi ed americani sono scesi dell’11% e quelli del Btp del 14% !!

Prima di terminare rivolgo un pensiero al “povero” Giuliano Amato che rimarrà per sempre nella memoria degli italiani per colpa di quella patrimoniale dello 0,6% su c/c, depositi bancari e postali decisa dal suo governo il 10 luglio 1992: “bazzecole, quisquilie, pinzillacchere” - direbbe Totò - rispetto all’odierna “tassa occulta” dei rendimenti reali negativi (10 volte più pesante).

Una “tassa occulta” che potremmo – comunque - scegliere di non pagare impostando un portafoglio ben distribuito a livello geografico e correttamente diversificato in asset class tradizionali, componenti decorrelate, indicizzate all’inflazione, beni rifugio che in un orizzonte di 7-10 anni ci metta al riparo dai danni dell’inflazione.
Un portafoglio da trattare alla stregua di una pianta da frutto: con dedizione, pazienza e consapevolezza del fatto che nello scorrere del tempo si incontreranno anche periodi di gelo, vento, caldo afoso: periodi che, però, non impediranno alla nostra pianta - negli anni - di crescere e darci i suoi frutti.

Filippo Cordella
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MEGLIO UNA GALLINA DOMANI …

Meglio una gallina domani ...

 

Un vecchio proverbio recitava: “Meglio un uovo oggi che una gallina domani”. Ve lo ricordate ?   Si ?! Bene, dimenticatelo: nel mondo degli investimenti aveva poco senso prima e tanto meno ne ha adesso.

In linea generale la preferenza dell'uovo esprime la logica di chi vive alla giornata mentre quella della gallina (che di uova, nella sua vita, ne produce tante) rappresenta chi si adopera per assicurarsi un futuro tranquillo e prosperoso.

Finanziariamente parlando scegliere la gallina vuol dire, quindi, avviare un processo strutturato di investimento, ben articolato nelle diverse classi di attività e volto a garantire, nel tempo, il mantenimento del potere di acquisto del portafoglio oltre ad una sua ulteriore rivalutazione.

Per contro la scelta dell’uovo rappresenta la filosofia di chi tiene i propri soldi nel conto corrente, in depositi postali/bancari o – al massimo - in qualche obbligazione/titolo di stato nella convinzione di salvaguardare al meglio il proprio capitale.
Una filosofia che, però, ormai da qualche anno garantisce solo la perdita di parte dei propri risparmi.

“Impossibile”, qualcuno potrebbe asserire, “io mi metto i miei 100.000 € in titoli di stato italiani, francesi e tedeschi che scadono fra un anno e son sicuro del risultato“

FILIPPO (proseguendo a mo’ di dialogo): “Sig. Qualcuno, Lei ha perfettamente ragione: facendo così avrà la sicurezza matematica che il Suo capitale – fra un anno - sarà più basso (pur tenendo conto delle cedole incassate) rispetto a quello di oggi: la certezza, quindi, di perdere denaro.”

SIGNOR QUALCUNO: “Una perdita…io non capisco ?”

FILIPPO: “Esattamente una perdita di circa 600 € visto che il Btp ha un rendimento annuo NEGATIVO dello 0,46%, l’Oat francese di meno 0,66% ed il Bund tedesco di meno 0,68%”.

SIGNOR QUALCUNO: “Ma come: io investo e devo anche pagare ? E’ pazzesco !!!”

FILIPPO: “Ha ragione: è assurdo che chi presta denaro paghi e chi ha i debiti ci guadagni ma è questo il risultato delle politiche monetarie espansive adottate da qualche anno dalle banche centrali per contrastare il rallentamento economico mondiale (…. E per rendere più sostenibile la montagna di debiti che Stati ed aziende hanno accumulato).”

SIGNOR QUALCUNO: “Tutto a svantaggio mio …”

FILIPPO: “A svantaggio di chi continua a gestire i propri denari con la logica del risparmiatore e non dell’investitore: una logica che - in parte - poteva andare bene fino a qualche anno fa ma che oggi risulta particolarmente penalizzante.
Ancor di più perché ai 600 € di perdita (di cui si parlava prima) ce ne dovremmo aggiungere altri 4.000 € quale diminuzione di valore che Lei subirebbe per colpa dell’inflazione arrivata in Italia al 4% ed in Europa al 5% (… negli Stati Uniti al 7% !!)”

SIGNOR QUALCUNO: “Quindi se ho ben capito, dopo un anno, i miei 100.000 € verrebbero a valere – in concreto - poco più di 95.000 € !
E se anziché ad un anno, li investissi in identici titoli di stato ma con scadenza a 10 anni ?”

FILIPPO: “Tanto peggio perché con un rendimento nominale medio di +0,5% annuo la perdita di potere di acquisto - cioè la differenza tra inflazione e rendimento dell’investimento – che si accumulerebbe alla fine dei 10 anni potrebbe essere di alcune decine di punti percentuali.

Col rischio enorme, poi, di veder scendere il valore dell’investimento per colpa del quasi scontato (ed ormai iniziato) rialzo dei rendimenti: si ricordi che ogni 1% di rialzo dei rendimenti comporterebbe un calo dei prezzi dei Suoi titoli di circa il 10% !"

SIGNOR QUALCUNO: “E per i titoli di stato ed obbligazioni societarie che io ho già in portafoglio ?”

FILIPPO: “Il risultato non cambia: da qui alla scadenza il loro contributo al rendimento reale del Suo portafoglio difficilmente potrà risultare positivo.

Detto questo è bene, però, ricordare come una certa componente monetaria/obbligazionaria deve comunque starci all’interno di un portafoglio al fine della gestione della volatilità e delle esigenze di liquidità dell’investitore: una componente che deve però essere di qualità, nelle giuste proporzioni e tipologie, diversificata a livello internazionale e – ovviamente - con le opportune scadenze.”

SIGNOR QUALCUNO: “Ok: adesso ho capito la questione e mi sono reso ben conto che al fine di mantenere ed accrescere nel tempo il valore del mio patrimonio non posso continuare a fare ciò che per decenni ho fatto ma debbo cominciare a ragionare ed agire da investitore.”

FILIPPO: “Esatto: puntare all’uovo non solo non basta più ma risulta addirittura dannoso. E’ indispensabile quindi puntare alla gallina e che sia una gallina sana e bella al fine di garantirci uova per tutta la vita.”

Filippo Cordella
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UN’EREDITA’ A PICCOLE DOSI

Un'eredità a piccole dosi

Normalmente uno dei desideri più grandi che abbiamo è che ciò che si è realizzato nella nostra vita possa essere, un domani, correttamente ripartito e serenamente goduto da chi rimane.

Per questioni, però, di scaramanzia e di scarsa consapevolezza di come vanno poi a volte le cose, quasi nessuno decide di prendere carta e penna e definire nello specifico come vorrebbe che fossero ripartiti i propri averi (solo l’8% degli italiani lo fa), rimettendosi completamente a quelle che sono le regole standard previste dalla legge in tema di successioni.

Regole certamente chiare ma che calate sulle mille diverse realtà esistenti finiscono, sovente, per creare problemi e contrasti a non finire tra gli eredi, tanto che le cause legali relative a questioni successorie sono tra le più frequenti in sede di giustizia civile.

È altrettanto vero che ci sono situazioni (patrimoniali e/o familiari) in cui un normale testamento potrebbe non essere sufficiente: ad esempio nel caso (non troppo raro) in cui i futuri eredi - per una loro propensione a gestire con poca oculatezza le finanze – possano essere a rischio di dissipare qualsiasi tipo di patrimonio che un domani dovessero ricevere.

In un simile caso, ove oltretutto il patrimonio fosse di una certa consistenza, si potrebbe prendere in considerazione l’utilizzo di uno strumento come il trust che – se ben strutturato – permetterebbe di eliminare questo rischio.

Vediamo in sintesi come funziona un trust.
Con il trust un soggetto (detto “disponente”) trasferisce un suo bene/patrimonio ad un altro soggetto (detto “trustee”) affinché lo gestisca per realizzare determinate finalità di natura imprenditoriale, finanziaria o familiare.

Il trustee è un “fiduciario” nel senso che dei beni ricevuti può disporne solo per quello che gli è stato indicato nell'atto istitutivo. Può essere una persona fisica (un professionista o un familiare di fiducia) o – meglio ancora - una società fiduciaria con specifiche strutture, competenze ed autorizzazioni (le più importanti sono legate a gruppi bancari).

I beni messi nel trust possono essere immobili, portafogli finanziari, aziende, mobili, ecc.

Nell’atto istitutivo di un trust il disponente stabilisce le regole, la durata, i beneficiari, i poteri del trustee, i poteri del “guardiano” (cioè di chi controlla l’operato del trustee), i criteri dell'amministrazione dei beni, l'impiego dei redditi, la destinazione finale dei beni…

Ricordo anche che nel 2016 con la famosa legge del “Dopo di Noi”, il legislatore italiano ha riconosciuto e “sdoganato” il trust quale importante strumento d’utilità sociale soprattutto in presenza di persone con disabilità fisiche o psichiche (prevedendo anche importanti sgravi fiscali).

Tornando alla situazione sopra descritta, lo strumento che si potrebbe usare è il cosiddetto “trust dormiente”: un trust, cioè, da istituire “oggi” ma con attivazione sospesa fino alla morte del disponente quando – e questa è l’ulteriore particolarità - il trustee non procederebbe a trasferire il patrimonio agli eredi ma provvederebbe a gestire gli immobili e le attività finanziarie erogando loro, ad esempio, per 10 anni una rendita di 10.000 € al mese con liquidazione finale del capitale residuo (ovviamente l’importo della rendita e la durata del periodo di distribuzione dipendono strettamente dall’entità del patrimonio).

Facile, quindi, comprendere come in questa maniera potremmo evitare che certi eredi - un po’ troppo allegri - brucino in pochi anni il patrimonio ereditato (rischiando di rimanere poi senza più nulla di che vivere) a fronte invece della ricezione di una utile rendita periodica.

Nella speranza di avere fornito qualche utile spunto di riflessione, faccio – seppur con un po’ di anticipo - i miei migliori auguri per un Sereno Natale.

Filippo Cordella
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Sapere Potere Volere

Sapere Potere Volere

Qualche sera fa, tornando a casa da Bologna, mi scrive mia moglie su whatsapp e mi chiede di andare subito a comprare 4 cose “assolutamente necessarie per la cena”.

Dopo averle risposto con un laconico “OBBEDISCO” (lo stesso usato 155 anni fa da Garibaldi nel telegramma inviato al Generale La Marmora) decido - visto che erano quasi le 20 - di uscire immediatamente dall’autostrada per mettermi alla ricerca di un negozio.

Dopo poche centinaia di metri ne trovo subito uno: insegna ancora accesa “Buono & Bello Shop” (nome di fantasia che userò al posto di quello vero), ampio parcheggio: non ci penso un attimo, mi fermo ed entro.
Rimango subito colpito dalla quasi assenza di personale (sia nei reparti che alle casse), dai prezzi sicuramente non economici e – soprattutto – dal fatto che ogni prodotto sugli scaffali (dal latte, ai succhi di frutta, dagli affettati ai crackers, dal pecorino all’olio extravergine, dallo shampoo alla carta igienica, ecc ecc) era marcato “Buono & Bello Shop”.

La cosa mi spiazza un poco essendo io abituato - quando vado a fare la spesa - a scegliere per ogni prodotto quello della marca che io ritengo migliore; comunque in un quarto d’ora prendo le 4 cose ordinatemi da mia moglie (ops, cara  volevo dire “gentilmente richieste”), pago, esco e riparto per la mia amata Fossombrone.

Salito in auto mi vengono in mente alcune considerazioni:
1) possibile che i sistemi di selezione, produzione, lavorazione, conservazione e vendita dei prodotti adottati dalla catena “Buono & Bello Shop” siano davvero in grado di offrire ai clienti il meglio che esiste sul mercato ?
Difficile crederlo vista l’immensa gamma di marche oggi a disposizione;
2) possibile che i clienti di quella sera non percepissero l’importanza di andare invece in un altro supermercato dove, merce per merce, trovare ed acquistare i prodotti effettivamente migliori in termini di qualità, genuinità, sostenibilità ecologica, prezzi ?
Sicuramente tanti ne erano consapevoli ma la posizione del punto vendita, l’ampio parcheggio a disposizione, la comodità di non dover fare tanti ragionamenti affidandosi direttamente alle scelte fatte a monte da “Buono e Bello Shop” - probabilmente contavano di più.

Qualcuno adesso si chiederà: ma perché oggi Cordella ci fa questi discorsi ?
Semplice, perché anche quando si investono i propri denari funziona più o meno alla stessa maniera ed alla stessa maniera la differenza che c’è in termini di rendimenti ottenuti e di rischi assunti - tra l’investire i propri centomila euro sui prodotti dei migliori gestori al mondo rispetto che sui prodotti di una sola società di investimento/emittente - può essere davvero importante.

Per meglio comprendere questo ho realizzato 2 analisi sui risultati ottenuti da 105 società di gestione negli ultimi 3 anni nell’azionario statunitense e nell’obbligazionario globale.
Bene, la casa di investimenti risultata migliore nell’azionario (con un bel +146% a fronte di un indice che ha fatto il 72%) nell’obbligazionario è invece risultata al 72° posto (su 105 società).
Quella risultata peggiore nell’azionario (con un pessimo +17%), nell’obbligazionario è risultata 9°: quindi tra le migliori all’interno delle 105 società prese in considerazione.

Questo dimostra come non c’è alcuna società di investimento (né italiana, né estera) che possa essere considerata la migliore in senso assoluto visto che – come la mia analisi ha ben dimostrato – chi è magari eccellente nell’asset class obbligazionario corporate risulta poi scarsa nell’obbligazionario governativo, chi spicca nell’azionario tedesco è magari mediocre nell’azionario cinese, chi è da “10 in pagella” nell’immobiliare internazionale può essere da “4” nelle materie prime …

È corretto, comunque, chiarire che la performance non è l’unica variabile da tenere in considerazione per poter considerare un prodotto migliore di un altro: si deve valutare anche la rischiosità che un gestore rispetto ad un altro assume ed – ovviamente - i costi.
Per capirci: se ci sono 2 fondi che nell’ultimo anno (su un stessa  asset class) hanno entrambi fatto + 10% ma il primo ha una volatilità del 18% ed uno del 10%, il migliore da utilizzare sarebbe il secondo (sempre che i costi siano in linea a quelli del primo fondo).
A tal riguardo c’è tutta una serie di indicatori ed elementi da valutare quali l’indice di Sharpe, Sortino, Information Ratio, Alpha, Beta, Volatilità, Drawdown, costi di gestione, di sottoscrizione, di performance, penali di uscita, T.E.R. ….

In conclusione è indispensabile che il Private Banker a cui si è affidato la gestione del proprio patrimonio sappia - e soprattutto possa e voglia - scegliere quelli che davvero sono i migliori prodotti finanziari disponibili sul mercato.

 

Filippo Cordella
Private Banker
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Per fare l’albero, ci vuole il seme …

Per fare l'albero, ci vuole il seme ...

Il caldo è passato, l’estate è finita e non c’è nulla di meglio (oddio, qualcosa ci potrebbe anche essere …..) che rimettermi la sera a scrivere qualche riflessione, pensiero, suggerimento che possa risultare utile a chi avesse un “gruzzoletto” da parte.

Un gruzzoletto che, normalmente, è frutto di sacrifici, lavoro, risparmi e, in quanto tale, dovrebbe essere trattato con la massima serietà e competenza anche perché, se ben gestito, potrebbe garantire un’importante integrazione ai propri futuri redditi.

Considerazione, questa, apparentemente scontata ma tutt’altro che chiara per alcune persone che nel gestire la propria ricchezza finanziaria non percepiscono altra esigenza se non quella di custodire quei  “100 semi” (allegoricamente parlando) che possiedono, in un bicchiere sopra al comodino in maniera da poterli ammirare e ricontare tutte le sere prima di addormentarsi.

Va da sé che se invece questi semi fossero correttamente interrati ed annaffiati, presto germinerebbero e le piantine - messe a dimora con la giusta esposizione, con gli opportuni sostegni e con i migliori concimi - crescerebbero rapidamente per iniziare presto a produrre tanti bei frutti (da mangiare, vendere, farci marmellate, succhi, ecc.)

E, guarda caso, anche in ambito finanziario, non c’è nulla di più inutile che lasciare riposare i propri averi dentro un salvadanaio, una cassetta di sicurezza o un conto corrente.

Abbiamo tutti lavorato intensamente, speso tanto tempo ed energie, sacrificato spesso la nostra vita privata ed il tempo libero per guadagnarci questi soldi che poi dovrebbero essere loro ad andare a lavorare per noi.
Mi sono spiegato ?  Dobbiamo mandare a lavorare i nostri soldi: e che lavorino giorno e notte, tutti i giorni della settimana, tutto l’anno, tutti gli anni.

Solo così il nostro attuale portafoglio dopo qualche anno diventerà un bel portafoglio (o il nostro attuale bel portafoglio, un grande portafoglio).

Ovvio che ognuno è libero di non fare questo e continuare “a lasciar riposare il proprio denaro”: l’importante è avere, però, la consapevolezza che così facendo non si potranno mai avere frutti da mangiare e che “i 100 semi lasciati sopra al comodino” non potranno in alcuna maniera aumentare. Anzi …

Anzi ci sarà sempre una “gazza ladra” – di nome inflazione - che nel tempo si mangerà parte di quelle sementi.
Una gazza che con un’inflazione ad esempio del 2%, dopo soli 10 anni, se ne sarà mangiati un quinto ! Ad esempio di 500.000 € iniziali se ne perderebbero 100.000 € (allora tanto valeva averli spesi subito in ostriche e champagne).

Una domanda a questo punto sorge spontanea: l’inflazione oggi c’è ?

Innanzitutto, è bene dire che l’inflazione in Italia (Istat docet) negli ultimi 72 anni c’è sempre stata (salvo in 5 occasioni) ed oggi stiamo viaggiando a + 2,1% (massimo da 8 anni) quando in Europa siamo al 3,4% (massimo degli ultimi 13 anni) e negli Stati Uniti addirittura al 5,3% (massimo degli ultimi 13 anni).
Colpa soprattutto del rincaro dei beni energetici (il gas naturale da inizio anno ha fatto + 80%, il petrolio il 50%), dei trasporti, delle materie prime e dei prodotti agricoli.

Non dimentichiamo, poi, che l’inflazione è benedetta dai debitori (cioè da chi deve restituire dei soldi) e maledetta dai creditori (cioè da chi li deve riavere), da chi investe in titoli di stato ed obbligazioni a reddito fisso e, soprattutto, da chi “lascia i semi sul comodino”.

Quindi anche se le Banche Centrali – al fine di dare tranquillità ai mercati e tenere a bada i tassi - continuano a sostenere che si tratta di una inflazione transitoria e che presto tornerà sotto controllo, io ritengo che sia comunque utile rifare un bel check up del portafoglio, dell’asset allocation e di quella che è la componente obbligazionaria, incrementando – se necessario - le attività finanziarie legate ad asset reali e all’economia.

E per chi avesse ancora “i semi nel bicchiere”, il mio suggerimento è quello di affidarli ad un buon “contadino”: serio, competente e con alle spalle una “azienda agricola” attrezzata.

 

Filippo Cordella
Private Banker
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La Nina, la Pinta e la Santa Maria

La Nina, la Pinta e la Santa Maria

Lo spunto per la chiacchierata di questo mese l’ho trovato in alcune wazzappate (participio passato del verbo “wazzappare”) inviatemi da due simpatiche clienti, con il seguente tenore: “Filippo che ne diresti di investire su questi settori: education tech, cibo sostenibile e canapa farmaceutica ?”.

Pur concordando sul fatto che i settori indicati possano essere di un certo interesse, le risposte che ho dato alle signore sono state, l’una rispetto all’altra, assai differenti.

Perché ??  Perché il portafoglio delle due clienti, che per rispetto della privacy chiamerò Nina e Pinta, è alquanto diverso.

Prima, però, di esporre quelle che sono state le mie riflessioni, ritengo che possa essere utile chiarire alcune cose.

Il valore di mercato di un’azienda – a prescindere dal settore economico di appartenenza – cambia nel tempo a seconda del ciclo economico che si sta vivendo: ripresa, espansione, rallentamento, recessione.

A tal riguardo una semplice distinzione che possiamo fare tra i settori è quella tra ciclici e difensivi/anticiclici (un'altra potrebbe essere tra “value” e “growth”: ma non voglio complicarla troppo…).
Un settore è definibile ciclico quando è fortemente influenzato dall’andamento del ciclo economico: quando l’economia accelera, i risultati delle società cicliche tendono a migliorare mentre quando l’economia rallenta o entra in recessione a peggiorare più delle altre. I principali settori ciclici sono il finanziario, l’automobilistico, i beni e servizi per l’industria, la tecnologia, l’edilizia, ecc

Al contrario, i settori difensivi sono poco correlati con il ciclo economico e risentono meno di eventuali rallentamenti della crescita: si tratta di beni o servizi indispensabili a cui la gente tendenzialmente non rinuncia nemmeno in momenti di crisi. Pensiamo per esempio ai beni alimentari, al settore sanitario e farmaceutico, alle utility (acqua, gas, elettricità).
Proprio perché risentono meno delle fluttuazioni del ciclo economico, questi settori tendono a reggere il colpo di una recessione molto meglio rispetto ai settori ciclici ma allo stesso tempo risultano meno interessanti nelle fasi di espansione dell’economia.

Per loro natura i titoli ciclici tendono ad avere una volatilità maggiore, cioè amplificano i propri movimenti nel bene (ripresa/espansione) e nel male (rallentamento/recessione).
I titoli difensivi invece espongono solitamente a un rischio inferiore e producono risultati aziendali più regolari nel tempo.

Nel grafico qui sotto riporto l’andamento in Borsa negli ultimi 5 anni di un classico settore ciclico (Consumi Discrezionali: abbigliamento, arredamento, alberghi, ristoranti) e di un settore anticiclico (Consumi di Prima Necessità: prodotti alimentari, per la casa, per la persona).
Il primo ha avuto un rendimento annuo del 16,8% con una volatilità (oscillazione dei prezzi) del 18%.
Il secondo un rendimento annuo del 5,1% con una volatilità del 13%.
L’indice generale si è posizionato quasi in mezzo: rendimento annuo del 12,8% e volatilità del 16%.

Detto (e visto) questo risulta quindi chiaro come in un portafoglio finanziario ben costruito ci debba essere la presenza sia di una componente azionaria ciclica che anticiclica, proprio perché negli anni si alternano fasi espansive dell’economia a fasi di contrazione.

Componenti che nel tempo possono essere integrate con ulteriori  settori focalizzati magari su nuovi business quali, ad esempio, la transizione energetica, i cambiamenti climatici, l’economia circolare, la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale: tutti settori questi che godono di una mia particolare predilezione.

Torniamo ora alla Nina ed alla Pinta.

Nina ha un ingente portafoglio costruito oltre 7 anni fa e ben strutturato in diverse asset class: obbligazionario governativo di qualità ed indicizzato all’inflazione, comparto immobiliare, oro, materie prime ed azionario internazionale. Componente, quest’ultima, diversificata sia dal punto di vista geografico (Stati Uniti, Europa e Grande Cina) che settoriale (presenza dei principali settori ciclici e difensivi più altri aggiunti recentemente quali la robotica e la nuova mobilità).
Con questa signora non potevo che essere d’accordo sull’eventuale aggiunta di titoli di aziende impegnate nell’ “education technology” e/o nel “sustainable food”.

Veniamo adesso alla Pinta, signora con un discreto patrimonio costituito, però, prevalentemente da liquidità in conto corrente dopo che, nel marzo del 2020 allo scoppio della pandemia, volle liquidare pressoché tutta la posizione azionaria con l’intenzione di rientrare in tempi migliori: da quei valori le borse internazionali sono salite del 70% ma la Pinta è ancora fuori del mercato.
Alla Signora non ho potuto che esprimere i miei dubbi sul fatto di tornare a reinvestire in Borsa concentrandosi su un unico settore (per di più quello della “cannabis terapeutica”): questo Le farebbe assumere il rischio specifico del settore scelto, un rischio normalmente più alto di quello del mercato in generale. Basterebbe infatti un evento negativo (geopolitico, commerciale o normativo) che colpisse il settore per assistere a pesanti ripercussioni sui prezzi.

L’ho quindi invitata, prima di tutto a ricostituire gradualmente una buona componente azionaria internazionale distribuita su tutti i principali settori merceologici e solo dopo, eventualmente, aggiungerci un po’ di …. “Maria”.

Questa che avete letto, è la storia de .......  la Nina, la Pinta e la Santa "Maria” !

 

Filippo Cordella
Private Banker
Fideuram-Intesa Sanpaolo Private Banking
Ancona-Civitanova-Jesi-Senigallia-Pesaro
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Bitcoin ? Sì, con ghiaccio e limone …

Bitcoin ? Sì, con ghiaccio e limone ...

Non passa settimana che non mi venga chiesto (1) cosa siano i bitcoin e (2) se non sia il caso di comprarne un po’.

Colgo quindi l’occasione per cercare di dare una risposta semplice e chiara a queste 2 domande.

Partiamo con la prima.

Il bitcoin è una moneta virtuale, non è fatta di carta o di metallo, non è emessa o garantita da una Banca Centrale o da uno Stato, non ha corso legale (cioè non deve essere obbligatoriamente accettata dalle persone in pagamento di un bene o in estinzione di un debito).

Nato 12 anni fa dall’idea del mai identificato Satoshi Nakamoto, il bitcoin è per così dire fatto di bit - cioè di calcoli matematici – e viene creato dai “miner” (minatori) attraverso un processo particolarmente complesso (che avrà comunque termine al raggiungimento di 21 milioni di “pezzi” creati).
“Minatori” che all’inizio erano giovani appassionati di informatica e hacker professionisti e che nel tempo – a seguito di processi e formule matematiche (necessarie per la creazione dei bitcoin) sempre più complesse – si sono uniti ed organizzati in strutture sempre più grandi (mining pool) con l’utilizzo di migliaia di computer di elevatissima capacità computazionale ed assorbimento energetico.

E qui emerge quello che è uno dei problemi più grandi di questa valuta, l’impatto ecologico:
- per pagare in bitcoin l’acquisto di un bene si consuma l’energia corrispondente a fare un milione di pagamenti con una normale carta di credito o bancomat;
- per creare i bitcoin si brucia in un anno tanta energia quanto quella consumata da una nazione come l’Olanda o l’Argentina;
- la gran parte dell’energia consumata nel creare ed utilizzare bitcoin deriva da fonti non rinnovabili.

Importante poi specificare che nella fase di trasferimento dei bitcoin da un conto ad un altro entra in gioco la blockchain, cioè un registro contabile basato su un articolato sistema di crittografia in grado di garantire la sicurezza del processo.
Tramite la blockchain gli acquisti e le vendite di bitcoin, così come le compravendite di beni fatte con i bitcoin, sono tracciabili ed anonime (nella blockchain è visibile la transazione ma non chi la esegue): questo significa che risalire a chi spende, a chi compra e a chi accumula bitcoin non è affatto facile anche se recenti normative a livello comunitario hanno adesso obbligato le grandi piattaforme ad identificare i clienti che fanno compravendite di criptovalute.

E’ interessante, infine, sapere che - nonostante il tanto clamore creatosi negli ultimi tempi attorno a questa criptovaluta - la sua diffusione è ancora molto bassa.
Il bitcoin era nato con l’obiettivo di essere disponibile per tutti e sostituirsi, come moneta, sia alla Banche Centrali che al sistema bancario privato (come strumento di pagamento): un sogno, però, totalmente disatteso visto che si stimano in solamente 40 milioni le persone che al mondo lo detengono (appena lo 0,5% degli abitanti del pianeta) con, oltretutto, pochi grandi soggetti (si dice 2.500) che possiedono oltre il 50% di tutti i bitcoin esistenti.

Veniamo adesso alla seconda risposta.

Il bitcoin non è ancorato all’economia reale, non ha un valore intrinseco (se non quello dell’energia utilizzata per crearlo) e, soprattutto, le sue quotazioni registrano delle fluttuazioni pazzesche: 10 volte maggiori rispetto a quelle dei mercati azionari (che già hanno una loro bella volatilità).
Per meglio chiarire il concetto ricordo che a metà aprile un bitcoin arrivò ad essere scambiato 64.700 dollari: neanche un mese dopo era, però, già tornato a 30.000 dollari: meno 54 per cento !

Ed è soprattutto a causa di questa volatilità stratosferica dei prezzi (in balia della speculazione e dei grandi possessori di bitcoin) e dell’assenza di regolamentazioni e tutele per gli investitori che io ritengo molto difficile considerare il bitcoin un investimento o una riserva di valore.

Ancor meno se poi allarghiamo il discorso alla marea di criptovalute oggi esistenti: circa 5.000.
Una per tutte: Dogecoin (ispirata a Doge il cane di razza Shiba Inu i cui meme sono un autentico tormentone sui social) che è stata adottata come “feticcio” dai “criptotrader” balzando dai 0,004 dollari di inizio anno ai 0,73 dollari di maggio (+18.000 %) e diventando la quarta criptovaluta al mondo per capitalizzazione.
Una performance strepitosa dovuta al solo valore emotivo attribuitogli dalla “community” e da qualche discutibile tweet del solito Elon Musk. Lo stesso sviluppatore di Dogecoin, Billy Markus, già da quando il prezzo era a 0,08 dollari l’aveva definita “inflazionata e con una quotazione assurda”.
Adesso i prezzi sono tornati attorno a 0,20 dollari: quindi chi li avesse comprati sulla scorta dei suggerimenti di Musk e dei tanti guru della finanza che ci sono in giro, si ritroverebbe con un 70% in meno.

Investire è un atto di grande responsabilità verso noi stessi e le persone a noi care.
Ricordiamocelo sempre.

 

Filippo Cordella
Private Banker
Fideuram-Intesa Sanpaolo Private Banking
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Quando i bambini nascevano sotto i cavoli

Quando i bambini nascevano sotto i cavoli

Cari amici vicini e lontani, cari clienti, cari lettori: voglio parlarVi oggi di una questione molto, molto importante: gli italiani sono sempre di meno !
Nel 2020 sono nati solo 404.000 bambini: il numero più basso dall’Unità d’Italia e quasi il 30 per cento in meno rispetto a dieci anni fa.
Non nascono più bambini e, di conseguenza, siamo sempre più anziani, l’età media è la più alta d’Europa (47 anni) e la popolazione continua a calare: dal 2015 ad oggi l’Italia ha perso ben un milione di abitanti!

Vabbé, dirà qualcuno, se gli italiani son sempre di meno, che male c’è?

Eh, invece no, cari miei: le conseguenze dal punto di vista economico, oltre che sociale, sono tante: se diminuisce il numero di chi paga le tasse ed i contributi, che fine faranno pensioni, servizi sociali, sanità ? E chi pagherà il debito monstre dello Stato italiano?

Cerco di spiegarmi meglio: visto che in media ogni italiano spende circa 17 mila euro all’anno (per mangiare, vestirsi, riscaldarsi o andare in vacanza), aver perso un milione di abitanti ha come conseguenza per l’Italia un 1% di prodotto interno lordo in meno, ogni anno.
In altre parole: meno popolazione significa meno consumi e quindi meno fatturato e meno reddito per le imprese e meno gettito fiscale per lo Stato che - di conseguenza - ha meno capacità di sostenere i costi dell’assistenza, della sanità, delle pensioni così come di rimborsare i debiti.

A questo punto, dobbiamo porci la domanda se sia il  caso di fare qualcosa.

Per quanto riguarda il problema previdenziale, la risposta è assolutamente sì: colgo anzi l’occasione per invitare tutti, ma soprattutto coloro che hanno meno di 40 anni, a rivolgersi immediatamente alla propria assicurazione, banca o consulente finanziario per chiedere lumi sul funzionamento dello strumento “fondo pensione”: una forma di previdenza privata volta ad integrare quella che domani sarà la magra pensione pubblica.

Una pensione che, se 25 anni fa garantiva lo stesso reddito percepito in età lavorativa, oggi è scesa all’80% e nei prossimi anni coprirà neanche il 50%: proviamo solo ad immaginare cosa potrà significare passare da un reddito di 2.000 € al mese ad uno di neanche 1.000 € ….
Quindi a prescindere dall’importo mensile che si riuscisse a destinare a questa forma di pensione privata l’importante sarebbe attivarla immediatamente.

Qui di seguito cerco di dare un’idea di quella che potrebbe essere l’entità dell’integrazione generata da un versamento mensile di 100 € su un generico fondo pensione di tipo azionario (con un rendimento medio annuo del 5%):
- un quarantenne si ritroverebbe con una pensione integrativa di 300 € al mese;
- un trentenne con ben 600 € al mese;
- un ventenne con addirittura 1.000 € al mese.
E’ facile quindi comprendere che prima si inizia e meglio è: se poi anziché 100 € al mese si riuscisse a mettercene 200 € sarebbe ancor meglio.

A tal riguardo ricordo che i fondi pensione possono essere accesi anche da soggetti che non hanno un proprio reddito tramite contribuzioni fatte ad esempio da un genitore (ovviamente con conseguente deduzione fiscale da parte di quest’ultimo).
Per quanto riguarda, comunque, il dettaglio dei costi, condizioni, benefici fiscali, tassazione, possibilità di riscatto, ecc fateveli spiegare per benino dal vostro consulente di fiducia.

Se, poi, anziché il fondo pensione si volesse utilizzare un semplice pac (piano di accumulo) su una sicav per costruirsi nel tempo un capitale, andrebbe bene lo stesso (pur essendo le due cose alquanto diverse per caratteristiche, prestazioni, fiscalità e logica).

Per concludere, al fine di trovare una soluzione a questa situazione di scarsa natalità (che interessa, comunque, tutta l’Europa così come gli Stati Uniti e la stessa Cina), vorrei fare un appello.

Un appello non solo alla classe politica affinché metta concretamente mano ai gravi problemi che affliggono il Paese e dia lavoro, sicurezza, stabilità agli italiani (cose essenziali per decidere di mettere al mondo dei figli) ma, soprattutto, ad una determinata categoria professionale: “Cari agricoltori tornate a piantare i cavoli nei vostri campi: abbiamo bisogno dei bambini !!!”

CORDELLA FILIPPO
Private Banker
FIDEURAM – INTESA SANPAOLO PRIVATE BANKING
Cell: 3200222185 - Tel: 071 5010432
Via XXIX Settembre, 18/a - 60122 Ancona
Altri uffici: Pesaro, Senigallia, Jesi

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Spendi, Spandi, Effendi …

Spendi, Spandi, Effendi ...

C’era una volta un mondo dove investendo in obbligazioni societarie o in titoli di stato si mettevano in tasca tanti “soldini”.

Un mondo dove, addirittura, bastava lasciare i propri denari nel conto corrente che la banca a fine anno, assieme all’agenda, ti dava anche gli interessi !

Un mondo che oggi appare davvero lontano ma che così lontano, in realtà, non è. Solo 10 anni fa, acquistare il titolo di stato di una delle nazioni più affidabili al mondo - la Germania - rendeva ben il 3,3% all’anno.

Oggi l’identico investimento non offre più né il 3%, né il 2%, né l’1%. Il bello è che non si fa nemmeno pari: pochi mesi fa si era addirittura arrivati a pagare lo 0,90% all’anno per poter avere questi bond in portafoglio: così dei 100.000 € investiti, alla scadenza decennale se ne sarebbero ricavati 91.000 € !

Tutto questo “grazie” alla politica ultra espansiva delle Banche Centrali volta a sostenere i prezzi dei titoli di Stato (soprattutto di quelli più deboli ed a rischio come i BTP) e tenere bassi gli interessi nel tentativo di far ripartire il motore dell’economia che – anche per colpa di questa maledetta pandemia – si è quasi spento.

Ci si trova così con le banche che, depositando ogni giorno presso la Banca Centrale Europea la propria liquidità in eccesso, non solo non ricevono una lira di interessi ma, da ormai 7 anni, devono addirittura pagare (attualmente lo 0,5%).

In questa assurda situazione non c’è, quindi, speranza alcuna di rivedere remunerati i conti correnti.

Anzi, stiamo addirittura assistendo a istituti di credito che chiudono i conti dei clienti che presentano saldi oltre certi importi, altri che addebitano “commissioni di giacenza”, altri ancora che stanno aumentando pesantemente i costi di tenuta conto.  In Francia e Germania, ormai da tempo, stanno applicando tassi di interesse negativi sulle giacenze.

Ma allora cosa ci si dovrebbe fare con questi “benedetti” soldi ?

Prima di tutto ognuno dovrebbe definire quanta parte della sua liquidità sia effettivamente necessaria per far fronte alle proprie esigenze di spesa e quanta invece no. Ed è proprio con quest’ultima componente che sarebbe necessario impostare una seria pianificazione finanziaria al fine di darle, nel tempo, un ritorno.

Anche perché, tanto più alta è la liquidità di un portafoglio e tanto maggiori sono gli effetti nefasti provocati dall’inflazione che – a dispetto di ciò che alcuni magari credono – c’è, eccome: al momento nell’Unione Europea sta viaggiando a + 1,3% e negli Usa a + 2,6% !

E qui sotto possiamo vedere quale può essere la differenza tra “lasciar dormire i propri soldi” e, invece, “mandarli a lavorare” (come dice un illustre professore):

A) 100.000 € lasciati nel conto corrente negli ultimi 5 anni (quando mediamente non hanno ricevuto alcuna remunerazione) oggi sarebbero rimasti tali e quali (anzi, in base a quasi un 4% di inflazione che c’è stata in questo lustro, varrebbero 96.000 €).
B) 100.000 € investiti in un portafoglio prudente (20% azionario, 70% obbligazionario, 10% oro) oggi sarebbero 132.000 €.
Una differenza di ben 32.000 €: il 32% complessivo, il 6% all’anno !!

Quanto detto sopra, sarà ancor più valido in considerazione dell’accelerazione attesa dell’inflazione nei prossimi mesi quando si comincerà ad uscire da questa pandemia: in tale fase, infatti, l’esplosione della domanda (rimasta per oltre un anno repressa) combinata con un enorme accumulo di risparmio determinerà un'impennata della spesa dei consumatori con, appunto, probabili aumenti dei prezzi e quindi dell’inflazione.

Non dimentichiamo poi che quando teniamo i soldi nel conto corrente, stiamo facendo un prestito ad una banca che, volente o nolente, ha un suo  – seppur limitato - rischio.
Rischio che, in teoria, dovrebbe essere pari a zero grazie alla presenza del Fondo Interbancario Garanzia sui Depositi creato dalle banche proprio per garantire i depositi bancari (sotto i 100.000 €): poi, però, a fronte di 1.750 miliardi di euro oggi presenti nei conti correnti, il patrimonio netto del FIGD è di 1,6 miliardi di € e la capitalizzazione (valore di mercato) complessiva delle prime 10 banche italiane è pari a 80 miliardi di euro.

Ultima questione da non tralasciare è quella relativa al fatto che la liquidità nei conti correnti costituisce l’asset più facile da colpire da parte di eventuali future manovre fiscali volte a rimettere in sesto i conti pubblici.

E a chi non si fosse ancora convinto di dover dare alla propria liquidità un giusto impiego, potrei suggerire di fare ciò che diceva il grande Rino Gaetano “SPENDI, SPANDI, EFFENDI…”.

 

Filippo Cordella
Private Banker
Fideuram-Intesa Sanpaolo Private Banking
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